In molte regioni d’Italia il nome dialettale dell’arancia è, né più, né meno, portogallo.

Infatti in alcune zone della Calabria, Campania e della Puglia ancor oggi questi frutti sono chiamati purtualli e tale termine fa tuttora parte della lingua siciliana, che usa il vocabolo “partuàlli”. Così pure nella maggior parte dei dialetti della Pianura Padana: nella lingua piemontese sono detti portugaj, nel dialetto bergamasco “portügàl”, nel Lodigiano “purtügàl”, in Ferrarese “portogàl”, in dialetto parmigiano partugàl e in quello di Rimini partugàli. In alcune zone dell’Abruzzo (Valle Peligna) l’arancia viene chiamata partaall, mentre nel Salento viene indicato col termine portacallu e sul Gargano purtiall.

Questa particolare comunanza etimologica deriva dal fatto che gli spagnoli, dominatori di Napoli per diversi secoli, comprassero le arance dai loro cugini portoghesi. Una volta giunto a Napoli il frutto veniva quindi chiamati purtuallo, da Portogallo appunto.

Questo riferimento al Portogallo, richiama le rotte commerciali attraverso cui l’agrume raggiungeva un tempo i mercati europei e che erano controllate dai Portoghesi. Già nel primo Cinquecento il sistema dei commerci era infatti fondato sul predominio spagnolo nell’Atlantico e su quello instaurato nell’Oceano Indiano dai Portoghesi, che tra 1497 e 1499, alla ricerca di prodotti rari e preziosi come oro e avorio e con l’intento di costituire un rapporto economico privilegiato con le Indie Orientali.

Questo riferimento al Portogallo si ritrova anche oltre i nostri confini, infatti anche in Romania si dice “portocala”, in greco si dice “portocali”, in albanese si dice “portkall”, fino ad arrivare all’arabo, dove la parola “arancia dolce”, ovvero “Burtuqal”, equivale a “Portogallo”.

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